Merito, memoria e il paradosso del campione invisibile
Stefano Ticci è nato a Forte dei Marmi. Ha rappresentato l’Italia in quattro Olimpiadi invernali. A Lillehammer, nel 1994, ha conquistato il bronzo nel bob a due insieme a Günther Huber. Prima ancora, era un velocista da 10″5 sui cento metri. Poi Georg Werth lo notò e lo trasformò in frenatore: uno di quegli atleti che spingono il bob alla partenza, pochi secondi di sforzo massimale che determinano l’intera discesa.
Ho lavorato con lui. Non sulle piste, ma negli uffici di un Commissariato di P.S. della Versilia. Lo conosco come collega prima che come campione. Ed è forse questa prossimità quotidiana a rendere più visibile qualcosa che da lontano si potrebbe non notare: la condizione di chi ha rappresentato un Paese e scopre, a distanza di decenni, di non avere più collocazione simbolica nel sistema che lo aveva selezionato.
Nelle ultime settimane, diversi medagliati olimpici degli sport invernali italiani hanno sollevato pubblicamente una questione: la difficoltà di trovare un ruolo, anche solo cerimoniale, nelle iniziative legate ai Giochi che si terranno nel loro stesso Paese. Non è una polemica sui privilegi. Il privilegio implica un vantaggio ingiustificato; qui il nodo è diverso. Non si tratta di ottenere qualcosa in più, ma di scoprire che non esiste più nemmeno ciò che, simbolicamente, sembrava acquisito.
La questione non riguarda le scelte di un comitato organizzatore. Riguarda qualcosa di più strutturale: il rapporto tra merito e memoria nelle società contemporanee.
Lo sport moderno non è mai stato soltanto competizione. È stato un dispositivo di rappresentanza. Il corpo dell’atleta non gareggiava solo per sé, ma per un’entità più ampia: una nazione, un territorio, un’istituzione che lo selezionava, lo esponeva, lo investiva di senso. Quel corpo era funzionale e visibile, caricato di una valenza che eccedeva la prestazione.
Per comprendere cosa si è perso, conviene guardare indietro.
Nell’antica Olimpia, il vincitore dei Giochi non riceveva denaro. Riceveva una corona d’ulivo selvatico, il kotinos, tagliato dall’albero sacro nel recinto di Zeus. Tornava nella sua città e trovava ad attenderlo qualcosa di più duraturo: una statua. Il corpo che aveva vinto veniva fissato nel bronzo o nel marmo, collocato nell’agorà o nel santuario, inscritto nell’ordine simbolico della comunità.
Quella statua non celebrava un momento eccezionale. Stabilizzava una funzione civica nel tempo. L’atleta, anche dopo aver smesso di gareggiare, restava visibile. Il suo corpo disciplinato, proporzionato, reso pubblico, continuava a parlare. Non esisteva una separazione netta tra il “prima” della gloria e il “dopo” dell’irrilevanza.

Il Discobolo di Mirone, l’Apoxyomenos di Lisippo, il Pugile a riposo del Museo delle Terme: non sono ritratti di individui, ma archetipi. Forme che trattengono il valore civico dell’impegno atletico oltre la contingenza della vittoria. Lo scultore non immortalava il gesto vincente, ma la qualità permanente di chi si era messo al servizio della competizione sacra.
Quando Policleto codificò il Canone, non stava descrivendo un ideale estetico. Stava fissando le proporzioni del “cittadino esemplare”: colui che attraverso la disciplina del corpo aveva acquisito il diritto di essere ricordato.
Le cose cambiano. I sistemi contemporanei operano per cancellazione rapida. Il corpo che ha rappresentato viene neutralizzato nel momento stesso in cui smette di produrre visibilità. Il merito non sedimenta, non genera debito simbolico. Viene consumato e archiviato. Non lascia statua, non lascia traccia.
In questo senso, il campione che non trova più una collocazione non è un’eccezione, ma un caso emblematico: una figura che ha rappresentato il collettivo e che, una volta esaurita la sua funzione visibile, viene trattata come ciò che resta dopo l’uso, non come qualcosa da conservare.
E questa logica governa molte dinamiche contemporanee: il lavoratore sostituibile, l’esperto consultato una volta e poi dimenticato, il volontario ringraziato a parole e mai più ricontattato. Una forma di ingratitudine strutturale che non nasce da cattiveria, ma da un’architettura che non prevede la memoria come funzione.
La reazione pubblica a queste vicende intercetta proprio questo punto di rottura del sistema. Non difende semplicemente degli individui, ma un principio implicito: l’idea che il servizio reso alla collettività debba lasciare una traccia riconoscibile nel tempo.
Quando questa traccia scompare, non si produce soltanto un’ingiustizia percepita, ma un impoverimento del patto civico. Se il merito non viene nemmeno ricordato, su quale base dovrebbe essere investito di nuovo? Perché un giovane atleta dovrebbe sacrificare anni della propria vita per rappresentare un Paese che poi lo archivierà come dato storico non più interrogabile?
Nella Grecia classica, le città facevano collette per finanziare la partecipazione dei loro atleti ai Giochi. Il ritorno del vincitore era un evento comunitario. A volte si abbatteva un tratto delle mura cittadine per farlo entrare: un gesto simbolico che significa «questa è una città salda e virtuosa, la cui forza si manifesta nella capacità di formare cittadini che diventano campioni».
Non chiedo che si abbattano le mura di Forte dei Marmi per Stefano Ticci – ammesso che oggi abbia ancora senso parlare di mura. Non chiedo nulla, in realtà. Mi limito a osservare che il sistema che lo ha selezionato, esposto e investito di senso non prevede più alcuna forma di continuità simbolica. E che questa assenza non è imputabile a qualcuno, ma alla struttura stessa del sistema. Una struttura che, proprio per questo, racconta con chiarezza un tratto della contemporaneità: la difficoltà a trasformare il merito in memoria, e l’estensione di questa logica a molti altri ambiti della vita civica.

“Il Pugile a riposo delle Terme è una statua di età tardo-ellenistica. Raffigura un atleta seduto, il corpo segnato dai colpi, il volto stanco. Non sta vincendo. Sta esistendo dopo la competizione, dopo tutto. Ed è ancora lì, visibile, interrogabile.”




