Su Juggernaut, dark fantasy dei fratelli Ricci e Krilov – e su quello che resta quando il desiderio viene esaudito.
Da più di due anni Juggernaut gira i festival di mezzo mondo, dove ad oggi ha raccolto trentacinque premi e oltre ottanta selezioni internazionali. È un cortometraggio di venti minuti, nato dal trio creativo di Daniele ed Emanuele Ricci e di Eugenio Krilov.
Comincia con un uomo che trascina una slitta attraverso un bosco. Sulla slitta c’è qualcosa che la macchina da presa non mostra mai del tutto, ma che si avverte dal modo in cui il terreno fa resistenza. Il film parte da questo attrito e da subito imbocca una direzione poco battuta: invece di usare il fantastico come uscita di sicurezza dal mondo, lo carica di peso.
È quello che colpisce prima ancora dell’armatura o della creatura. Quasi tutto, nel film, sembra dover essere portato: il corpo porta il ferro, e il ferro se lo riprende, lo piega, lo manda a terra. L’armatura, che nel fantasy è segno di potenza, qui rivela il corpo invece di proteggerlo, e a ogni caduta ne mette a nudo la fragilità. Siamo davanti a una condizione fisica, più che a un repertorio di simboli oscuri.

Il mondo non circonda il protagonista, lo contrasta: il terreno trattiene la slitta, e ogni metro va strappato. È la slitta il centro di questa resistenza, perché porta ciò che lui non riesce a lasciare indietro. Il modo in cui la trascina basta a dire che su quel legno c’è qualcosa che appartiene alla morte.
Il lutto non viene mai nominato, e non potrebbe esserlo: il corto non è parlato, regge sul solo sound design. Niente psicologia, niente spiegazioni. Quello che resta è un uomo che continua a camminare quando il movimento somiglia già a una condanna. Molti racconti fantastici costruiscono il viaggio come prova iniziatica: si parte, si affronta l’ostacolo e si torna trasformati. Qui la curva è un’altra. Il protagonista non attraversa la soglia per superarla… la forza.

A questo punto conviene chiamare in causa una forma che il film quasi certamente non aveva in mente, e che però ne illumina la struttura. Nella Galleria dell’Accademia di Firenze stanno i Prigioni di Michelangelo, le figure che dovevano servire alla tomba di Giulio II e che rimasero incompiute. Sono corpi che emergono a metà dal blocco e non se ne staccano. Una spalla, un torso vengono fuori dalla pietra; il resto rimane dentro il marmo grezzo, che la figura continua a portarsi addosso come un carico. La critica discute da secoli se quel non finito sia stato voluto o subìto: tomba mai conclusa, troppi cantieri aperti insieme. Ma davanti a quelle figure l’effetto è più forte della causa: non sembrano incompiute, sembrano prigioniere, perché portano ancora addosso la materia da cui provengono.
Juggernaut sta lì. L’uomo che trascina la slitta è una figura che non riesce a separarsi dal proprio blocco. Quel peso somiglia meno a un ostacolo lungo il cammino e più alla parte di sé che non si lascia scolpire via, il grezzo rimasto attaccato alla figura. Il lutto, in questi termini, è un non finito: resta dentro la materia, e il corpo continua a portarselo dietro perché staccarsene vorrebbe dire ammettere che è finito. E il marmo, si sa, non si lascia scavare dove vuole lo scultore.
Far pesare il dolore invece di raccontarlo è una scommessa, soprattutto a basso budget, dove la via comoda è sempre parlare: il dialogo costa poco, spiega tutto, tappa i buchi di un mondo che non puoi mostrare per intero. Juggernaut fa l’opposto. Toglie le parole e lascia che siano il peso e l’immagine a reggere il film.
Anche il paesaggio italiano entra in questa logica. Non come cartolina e nemmeno come marchio identitario – il fantasy che si proclama italiano solo perché girato in Italia è una scorciatoia debole. Parte del film è girata tra le Apuane, le montagne del marmo… e quello che ne prende è la pietra e la durezza, non il panorama. Sono posti che conosco e chi li conosce vede subito che quella durezza non è un effetto da set: è la materia vera del luogo. Il film non la costruisce, la trova già lì. Il territorio diventa materia da deformare, una macchina che genera forma più che un fondale da esibire.
Resta il protagonista, che non è l’eroe verticale a dominare lo spazio. È una figura gravata, che più che combattere trascina e si trascina e la cui ostinazione non si lascia leggere in un modo solo. Tiene insieme, senza scioglierli, due movimenti opposti: fedeltà / accecamento. Il corto diventa adulto proprio dove smette di applaudire la volontà. Andare avanti, qui, non è automaticamente una virtù: può essere il modo in cui un uomo si rifiuta di ammettere che qualcosa è finito, una prigionia che ha imparato a chiamarsi fedeltà.
Il lutto e il desiderio di correggere l’irreparabile sono una materia troppo densa per essere affrontata di petto senza scivolare nel sentimentale; messa dentro una forma resta visibile, senza bisogno di spiegarla. Lo guardiamo dentro un presente fatto di immagini rapide e levigate, pensate per scorrere via senza lasciare attrito, consumate nel tempo di un pollice che scivola sullo schermo. Juggernaut va nella direzione opposta: rallenta fino a far tornare l’immagine una cosa che oppone resistenza, qualcosa che va attraversato e non scrollato. È una lentezza voluta, che tiene lo sguardo dove di solito scivolerebbe oltre.
In altri racconti la soglia tra chi resta e chi non c’è più è un muro contro cui si impara il limite. Qui il muro cede. Michelangelo i suoi Prigioni li aveva lasciati nel blocco, sospesi per sempre tra la pietra e la figura. Questo cavaliere no: la sua perdita ha voluto strapparla dal marmo a ogni costo, e ci riesce. È qui che il film diventa nero. Non nella rinuncia, ma in ciò che resta quando l’irreparabile si lascia forzare e il desiderio viene esaudito.
Riavere indietro, a volte, è la sentenza più dura.



